Non è facile esprimere l'inesprimibile, caro Watson
Sono molte le storie che si potrebbero raccontare per indicare quello che troppo spesso appare il metodo d'investigazione scelto da molti pubblici ministeri: quello di affidarsi, per così dire, alla prima impressione che, secondo un detto popolare, è sempre quella che più conta.
Questo vuol dire che l'investigazione non inizia con la valutazione dei fatti e degli indizi attraverso i quali si cerca di risalire ai responsabili del reato ma, viceversa, dall'individuazione quasi istantanea del colpevole, basata sulla convinzione personale dell'inquirente, e di ricercare quindi le prove che ne certifichi la colpevolezza.
Un esempio classico di questo strano modo di procedere ci è offerto dalle vicende che hanno avuto per protagonista la signora Elena Romani, che fu accusata di aver ucciso la propria figlia Matilda, di soli 22 mesi, a Roasio (VC) il 2 Luglio del 2005.
Nell'appartamento all'interno del quale la la povera Matilda venne uccisa, erano presenti solo due persone: la madre Elena e il suo convivente, Antonio Cangialosi. Era dunque fuori da ogni dubbio che il responsabile della morte della piccola dovesse essere uno dei due, se non entrambi.
La Pm Antonella Barbera, incaricata delle indagini, non ebbe però alcun dubbio nel ritenere colpevole del delitto proprio la madre della bambina e non tardò a documentare le sue accuse con prove "chiare ed inoppugnabili".
Che le prove raccolte non fossero poi così chiare ed inoppugnabili lo dimostrò l'atteggiamento del Gip Campisi, che chiese per ben due volte alla Pm di inscrivere anche il nome del Cangialosi, che durante gli accertamenti era stato più volte descritto come un individuo facile a scatti d'ira incontrollabili, nel registro degli indagati.
Un piccolo scontro tra magistrati non facile da verificarsi, ma che pure non distolse la Pm Barbera dalla sua linea che le fece infine chiedere e ottenere il processo contro la Romani, nel frattempo descritta dai giornali come un nuovo mostro infanticida (erano allora forti le suggestioni derivanti dal caso di Cogne).
Ma il processo di primo grado si trasformerà in un disastro per la pubblica accusa. Le prove non solo non vengono considerate sufficienti, ma l'imputata venne assolta con formula piena: "per non aver commesso il fatto".
Sarebbe stata l'occasione per rivedere le proprie convinzioni e ricominciare le indagini indirizzandole verso la seconda persona presente quel giorno nella casa del delitto, ma non per la dottoressa Barbera che, evidentemente sicura delle proprie convinzioni e del proprio fiuto da segugio, preferì continuare la sua battaglia contro la Romani, propononendo appello contro la sentenza di assoluzione.
Si arriva così alla sentenza della Corte d'Appello di Torino che conferma l'assoluzione della Romani, smontando una a una tutte le prove prodotte dall'accusa e chiedendo, di nuovo, di indagare sull'ex compagno della donna.
Dopo 5 anni l'omicidio della piccola Matilda è rimasto ancora impunito, quando c'erano tutte le premesse perché questo non avvenisse, eppure...









