sabato 19 dicembre 2009

Non è facile esprimere l'inesprimibile, caro Watson


Ma non c'è solo l'omicidio di Garlasco a far meditare sulla qualità delle investigazioni italiane e nemmeno solo le vicende perugine di Amanda knox, che tante perplessità hanno generato negli Stati Uniti.
Sono molte le storie che si potrebbero raccontare per indicare quello che troppo spesso appare il metodo d'investigazione scelto da molti pubblici ministeri: quello di affidarsi, per così dire, alla prima impressione che, secondo un detto popolare, è sempre quella che più conta.

Questo vuol dire che l'investigazione non inizia con la valutazione dei fatti e degli indizi attraverso i quali si cerca di risalire ai responsabili del reato ma, viceversa, dall'individuazione quasi istantanea del colpevole, basata sulla convinzione personale dell'inquirente, e di ricercare quindi le prove che ne certifichi la colpevolezza.
Un esempio classico di questo strano modo di procedere ci è offerto dalle vicende che hanno avuto per protagonista la signora Elena Romani, che fu accusata di aver ucciso la propria figlia Matilda, di soli 22 mesi, a Roasio (VC) il 2 Luglio del 2005.
Nell'appartamento all'interno del quale la la povera Matilda venne uccisa, erano presenti solo due persone: la madre Elena e il suo convivente, Antonio Cangialosi. Era dunque fuori da ogni dubbio che il responsabile della morte della piccola dovesse essere uno dei due, se non entrambi.
La Pm Antonella Barbera, incaricata delle indagini, non ebbe però alcun dubbio nel ritenere colpevole del delitto proprio la madre della bambina e non tardò a documentare le sue accuse con prove "chiare ed inoppugnabili".

Che le prove raccolte non fossero poi così chiare ed inoppugnabili lo dimostrò l'atteggiamento del Gip Campisi, che chiese per ben due volte alla Pm di inscrivere anche il nome del Cangialosi, che durante gli accertamenti era stato più volte descritto come un individuo facile a scatti d'ira incontrollabili, nel registro degli indagati.
Un piccolo scontro tra magistrati non facile da verificarsi, ma che pure non distolse la Pm Barbera dalla sua linea che le fece infine chiedere e ottenere il processo contro la Romani, nel frattempo descritta dai giornali come un nuovo mostro infanticida (erano allora forti le suggestioni derivanti dal caso di Cogne).

Ma il processo di primo grado si trasformerà in un disastro per la pubblica accusa. Le prove non solo non vengono considerate sufficienti, ma l'imputata venne assolta con formula piena: "per non aver commesso il fatto".
Sarebbe stata l'occasione per rivedere le proprie convinzioni e ricominciare le indagini indirizzandole verso la seconda persona presente quel giorno nella casa del delitto, ma non per la dottoressa Barbera che, evidentemente sicura delle proprie convinzioni e del proprio fiuto da segugio, preferì continuare la sua battaglia contro la Romani, propononendo appello contro la sentenza di assoluzione.

Si arriva così alla sentenza della Corte d'Appello di Torino che conferma l'assoluzione della Romani, smontando una a una tutte le prove prodotte dall'accusa e chiedendo, di nuovo, di indagare sull'ex compagno della donna.

Dopo 5 anni l'omicidio della piccola Matilda è rimasto ancora impunito, quando c'erano tutte le premesse perché questo non avvenisse, eppure...

venerdì 18 dicembre 2009

Detective's story



Alberto Stasi non ha ucciso Chiara Poggi, o meglio non è stato dimostrato che lo abbia fatto. Così pare abbia stabilito ieri il Gup di Vigevano Stefano Vitelli, che ha assolto Stasi dall'accusa di omicidio in base all'art 530, comma secondo, del codice di procedura penale, il quale recita:
2. Il giudice pronuncia sentenza di assoluzione anche quando manca, è insufficiente o è contraddittoria la prova che il fatto sussiste, che l'imputato lo ha commesso, che il fatto costituisce reato o che il reato è stato commesso da persona imputabile.

Un comma che fa rientrare dalla finestra quell'"assoluzione per insufficienza di prove" che si era voluto abolire con la promulgazione del nuovo codice penale, nel 1989, nel quale era previsto che l'imputato assolto in base all'art 530 secondo comma non poteva appellare la sentenza al fine di ottenre l'assoluzione con formula piena.

Inutile sottolineare che in questo modo, nonostante l'assoluzione, sull'imputato continuano a gravare i dubbi derivanti dalla impossibilità di dimostrare che egli non abbia commesso il fatto che gli veniva addebitato.

Eppure, come spesso avviene in questi casi di cronaca, che hanno il potere di appassionare l'opinione pubblica e dividerla in schiere contrapposte di innocentisti e colpevolisti, sembrava proprio che le prove "chiare e inoppugnabili" con le quali i due pubblici ministeri che indagavano sull'omicidio, Rosa Muscio e Claudio Michelucci, non lasciavano alcun dubbio sulla colpevolezza dell'allora studente della Bocconi. A completare l'opera della creazione del perfetto colpevole concorrevano i mezzi d'informazione, fornendo particolari della vita e delle abitudini dell'indagato, come la presenza di files pornografici, di cui alcuni con contenuto pedofilo, nel computer portatile del giovane, nonché dell'apparente freddezza con la quale egli stava affrontando questo momento così tragico della sua vita.
Del resto i nostri giornalisti di cronaca nera e giudiziaria, in genere, non brillano certo per capacità di analisi personale e raramente si avventurano nella lettura critica di quanto vengono a conoscenza e nella ricerca di fonti alternative a quelle ufficiali. Sono al contrario sempre pronti a pubblicare quanto fatto filtrare dagli uffici delle procure contrinuendo, come in questo caso, a rafforzare nell'opinione publica la fondatezza dell'impianto accusatorio costruito dagli inquirenti.
Per l'omicidio di Garlasco però non c'è voluto neanche troppo tempo per constatare come le prove "chiare e inoppugnabili" che dovevano inchiodare Stasi alle sue responsabilità non lo erano poi così tanto, come pure gran parte delle storie raccontate sul ragazzo erano per lo meno esagerate, se non completamente false.
Non migliore sorte hanno avuto le perizie tecniche fatte eseguire dalla procura, smontate una ad una nel corso del procedimento, fino alla conclusione naturale di ieri, culminata con la sentenza di assoluzione sopra menzionata.

Un disastro investigativo che lascia un ennesimo caso di omicidio irrisolto, in attesa del processo d'appello. Un disastro che viene oggi giustificato da qualcuno dall'inesperienza della pm Muscio, per la quale quello di Garlasco era il primo caso di omicidio della sua ancora breve carriera. Una giustificazione che però non regge di fronte al numero di processi di questo genere che non riescono mai a convincere pienamente sul loro esito, sia quando terminano con una condanna, sia quando lo fanno con un'assoluzione, basti pensare al recentissimo processo di Perugia, per non parlare di tutte quelle vicende che al processo nemmeno ci arrivano, come i tanti "gialli" irrisolti che i giornali riesumano di tanto in tanto (via Poma, rapimento Orlandi, Olgiata, etc.)

Sarebbe forse il caso di cominciare invece a domandarsi se la causa di tanti insuccessi non risieda invece nell'impreparazione dei magistrati inquirenti, che arrivano a svolgere una funzione di investigatori che certamente non hanno imparato a conoscere nelle aule universitarie o nei corsi post laurea e che nemmeno è possibile acquisire con l'esperienza. Specialmente quando si è di stanza in qualche tranquilla procura di provincia, in cui un omicidio è un evento raro e memorabile.

Una riforma della giustizia è sempre più urgente e indifferibile, anche se impossibile da realizzare a causa delle resistenze di parte dei magistrati e delle forze politiche conservatrici. A rimetterci, intanto, è l'immagine dell'Italia, proprio perché sempre di più a rimanere coinvolti nei nostri processi sono cittadini stranieri, che fatalmente portano l'attenzione dei media e dell'opinione pubblica dei loro paesi d'origine sul farraginoso e obsoleto mondo della giustizia italiana: non è un bello spettacolo




mercoledì 16 dicembre 2009

La natura della Rete


Più volte in passato mi ero ritrovato a ragionare, spinto da episodi di cronaca, sulla facilità con la quale chiunque potesse insultare, diffamare, calunniare il prossimo sul web senza il pericolo di doverne rispondere legalmente, come accadrebbe se le stesse cose fossero compiute nel cosiddetto mondo reale.

La difficoltà sta essenzialmente nella difficoltà di perseguire l'autore delle azioni scorrette, protetto più che dall'anonimato, che è solo apparente, dalla difficoltà di poter risalire alla sua identità nel caso, molto comune, che i server che ospitano i messaggi incriminati sono in realtà locati in paesi lontani, quasi sempre gli Usa.
Questa la ragione che può impedire ad un normale cittadino, che volesse perseguire qualcuno dal quale si ritiene danneggiato, non potendo affrontare le spese di un così lungo procedimento, reso ancor più complicato dalla non collaborazione delle società proprietarie dei siti web teatro del presunto reato, che naturalmente difendono il proprio business, basato sulla protezione dei clienti, che sono l'unica ricchezza della quale dispongono.
Per la verità qualche proposta era stata avanzata, ma sempre si era trattato di iniziative estemporanee, presentate da persone poco informate sulla realtà della rete e subito abbandonate. Era facile allora pensare che soltanto un evento traumatico, con un grande impatto mediatico e avente come  vittima un personaggio importante, avrebbe potuto portare al dibattito sul problema del controllo e della repressione dei siti che veicolano messaggi di violenza e che incitano all'odio per determinate categorie di persone o anche per singoli individui.
L'occasione è stata data dall'attentato contro il presidente del consiglio Silvio Berlusconi, che ha acceso le polveri del dibattito, con un subitaneo fiorire di pareri espressi sull'onda dell'emozione, che sono andati dalla proposta di flitrare tutto, sul modello cinese, alla reazione del non si può censurare nulla per non violare il principio costituzionale della libertà di espressione e che le leggi per tutelare i terzi esistono già, quelle applicate normalmente nella vita di tutti i giorni, basta applicarle.

Le due posizioni sono, nella loro ingenuità, nonostante siano spesso affermate da importanti giornalisti e opinionisti, entrambe sbagliate, a dimostrazione che non basta scrivere su un sito, un giornale on line o avere un proprio blog per essere un esperto del web e di comprenderne le dinamiche.

Dal punto di vista tecnico è praticamente impossibile attuare una completa censura sui contenuti del web, nato per essere senza confini, a meno da non voler operare con i mezzi del governo cinese e di altri Stati governati da regimi dittatoriali, cosa che a mente fredda hanno tutti subito negato.
Ma è anche vero che l'attuale normativa non può cautelare l'offeso in maniera efficace. I contenuti offensivi, una volta comparsi sul web, possono infatti essere salvati da migliaia di persone, prima di essere rimossi, e ripubblicati centinaia, migliaia di volte, su siti dislocati nei più lontani luoghi del pianeta, rinnovando l'offesa ad ogni pubblicazione.

Bisogna tener conto che un'eventuale normativa a protezione dei terzi deve poter proteggere tutti i cittadini e non solo le alte cariche dello Stato o personaggi famosi e questo vuol dire che dovrebbe sempre essere lo Stato ad intervenire ogni volta che un cittadino volesse perseguire un eventuale aggressore telematico
Come potrebbe, altrimenti, un semplice cittadino italiano sperare di poter ottenere la cancellazione di, per esempio, un gruppo di facebook, società statunitense, quando il sito in questione non ha alcun interesse a perdere i propri utenti?

Occorre pertanto arrivare ad una nuova legislazione in materia di responsabilità dei contenuti pubblicati, che imponga alle società proprietarie dei siti di cancellare immediatamente i contenuti segnalati dall'autorità e di fornire celermente i dati necessari ad identificare l'autore della pubblicazione denunciata.
Per fare questo si deve però necessariamente trovare un accordo internazionale, altrimenti rischia di rimanere una grida di manzoniana memoria.

Che il bisogno di un simile provvedimento sia auspicabile e necessario è testimoniato dal processo in corso a Milano, e da me più volte ricordato, contro i quattro dirigenti di Google a proposito di uno dei primi video che portarono alla ribalta il cd "bullismo scolastico", vale a dire quello dello studente disabile che in una scuola di Torino veniva picchiato e umiliato da alcuni suoi compagni di classe. Processo colpevolmente ignorato da chi dovrebbe fare informazione, che sembra invece molto più propenso a pubblicare le più intime notizie sulle scappatelle di un signore che gioca a golf, sconosciuto alla maggior parte degli italiani fino a qualche giorno fa, e del suo divorzio dalla ancora più sconosciuta moglie svedese, a testimoniare che la cifra caratteristica  della stampa italiana è ormai il gossip.
Si tratta del primo processo di questo tipo, che potrebbe costituire un precedente giuresprudenziale, ma che dovrebbe essere comunque immediatamente seguito da una disposizione legislativa che regoli chiaramente e senza incertezze la materia.
Da notare che in questo caso è sotto accusa il ritardo con il quale la multinazionale americana ha cancellato il filmato che è stato tolto solo dopo un mese, nonostante più utenti ne avessero segnalato il contenuto improprio, secondo il procedimento messo a disposizione dallo stesso sito.
Questo fa ben comprendere come i gestori dei siti, grande o piccoli che siano, non hanno interesse a cancellare i contenuti violenti, osceni e offensivi, che sono buona parte del traffico generato su questi contenitori. Basta vedere come su youtube, per esempio, ci sono persone che arrivano a scambiarsi le più feroci minacce e i più offensivi insulti semplicemente discutendo su una canzonetta, piuttosto che sul film  amatoriale su una gita al lago.

Del resto, come più volte ricordato in questo blog, l'idea di una rete completamente libera e regolata soltanto dal rispetto della netiquette è un'utopia scomparsa da tempo; da quando ai pochi pionieri della rete si è aggiunta la massa di utenti, magari in grado soltanto di pigiare i tasti di una tastiera, e con essa un numero non indifferente di persone che, approfittando dell'anonimato, fanno emergere il peggio dell'animo umano, abbandonandosi ad ogni tipo di teppismo virtuale, senza dimenticare l'inevitabile percentuale di disturbati mentali.

domenica 13 dicembre 2009

Attentato a Berlusconi

video

Che prima o poi sarebbe accaduto, lo sapevano in tanti, perfino io, nel mio piccolo ne accennai su questo blog. Da giorni ormai si rincorrevano dichiarazioni in questo senso, sia da parte della maggioranza, che per bocca dell'On Bonaiuti aveva espresso fondati timore che il clima di odio sollevato nelle piazze verso il premier avrebbe potuto convincere qualcuno a provare ad attentare all'incolumità di Silvio Berlusconi. Lo aveva preannunciato lo stesso Antonio Di Pietro, che di quella campagna di demonizzazione è stato il principale artefice, seppur con un pilatesco “io non c'entro, io sono per il confronto pacifico”.
Tutti lo aspettavano e infine l'evento è avvenuto: un 42enne di nome Massimo Tartaglia pare abbia scagliato un modellino del duomo di Milano contro il PdC, ferendolo al labbro.
Non siamo ancora al colpo di pistola evocato dal giovane Matteo Mezzadri, che sarà rimasto deluso, ma è un inizio, anche se in realtà c'è il precedente del lancio del treppiede.
Ora che il fatto è accaduto c'è la solita rincorsa alla condanna del gesto da parte di tutti, amici e nemici: soprattutto da parte dei nemici, che forse sono pure loro un po' delusi dalla leggerezza delle ferite riportate da Berlusconi.
Il solo a rimanere fuori dal coro è il solito Antonio Di Pietro, che si condanna il gesto violento, ma indica nel suo principale responsabile lo stesso Berlusconi, che lo ha provocato con i suoi atteggiamenti.
Un vero pacifista Antonio Di Pietro, che evidentemente mai si è sognato di poter aizzare le folle contro il suo avversario, tacciandolo delle peggiori nefandezze possibili e sistemandolo nella categoria dei più sanguinari dittatori della storia dell'umanità , da Erode il grande ad Adol Hitler, passando per Gengis Kan e il Generale Videla.
Insomma, se c'è un premio per la miglior faccia di bronzo sappiamo già a chi andrà.
Come pacifisti a prova di bomba si scoprono tutti qui guru della blogosfera che nei loro blog allevano centinaia di piccoli rivoluzionari pasticcioni, a cominciare da Beppe Grillo, da Travaglio e compagnia (perché Travaglio è Legione), ai ragazzotti di Giornalettismo, ad Alessandro Gilioli, che approfitta della situazione per ispirarsi al pensiero del Mahatma Gandhi, anche se dovrebbe almeno chiedersi se Gandhi potrebbe mai condividere quello che lui e i suoi seguaci scrivono nel suo blog (ma sicuramente si risponderebbe affermativamente, che la capacità di autocritica non manca al giornalista dell'Espresso).
Del resto non passerà molto tempo che si cominceranno ad avanzare dei dubbi sulla genesi dell'incidente, anzi sono già molti a dubitare che si tratti di una manovra dello stesso Berlusconi, per deviare l'attenzione da argomenti più spinosi.
Comunque c'è già chi butta acqua sul fuoco, come il giornale La Repubblica: in fondo si è trattato solo del gesto di uno squilibrato, che niente ha a che fare con la politica e la martellante aggressione scatenata dal gruppo editoriale di proprietà dell'ingegner Carlo Debenedetti e i suoi ascari politi.
Adesso pausa per qualche giorno, che dopo si ricomincia da capo e più forte di prima.

Santo Spatuzza non fece il miracolo

Tanto tuonò che alla fine non piovve. Non che non fosse ampiamente previsto, almeno da quanti ancora riescono a tenere i piedi ben piantati per terra e a distinguere i fatti dalle opinioni e, soprattutto, dai desideri.
L'atomica annunciata, ovvero le dichiarazioni del mafioso pentito Gaspare Spatuzza sui rapporti tra l'organizzazione criminale e il PdC Silvio Berlusconi e il Senatore Marcello Dell'Utri, si sono rivelate una miccetta per bambini.
Le reazioni all'apparizione del “pentito” nell'aula giudiziaria di Torino sono state le più disparate: fortemente critiche quelle di chi, pur supportando l'azione dei magistrati contro l'odiato tiranno Berlusconi, aveva già individuato le debolezze dell'arma che ci si stava accingendo ad usare e aveva in qualche modo invitato i magistrati a cambiare strada; sempre convinti della bontà di quella intrapresa sono invece quelli del caravanserraglio del giustizialismo tout court e i bloggers d'assalto.
Così, se Giuseppe D'avanzo di Repubblica, quello delle 10 domande, tanto per capirci, arriva a parlare di “dilettantesca disinvoltura togata”, e Peppino Calderola scrive su il Riformista sull'illusione infranta di poter abbattere Berlusconi per via giudiziaria, gli altri affermano sicuri che in fondo le accuse di Spatuzza rimangono valide, in quanto non può essere considerata attendibile la deposizione del boss Filippo Graviano, che non si è mai pentito.
Bisogna subito dire che la considerazione che Graviano non sia attendibile non è così peregrina. Egli è anzi così inattendibile che anche se avesse confermato quello che era stato detto dal suo ex sottoposto, questo non avrebbe potuto comunque essere considerato un riscontro oggettivo. Solo che la stessa considerazione dovrebbe essere estesa anche al picciotto Spatuzza, il quale ha fino ad oggi rilasciato dichiarazioni su fatti e persone sapute per sentito dire, o de relato, per quelli che parlano bene, senza mai fornire un riscontro oggettivo, una data certa, una qualsiasi prova che ne certifichi la veridicità. Una testimonianza, quella di Spatuzza, culminata nella testimonianza di Torino, che ai più è sembrata una recita andata a male, con un protagonista inadatto alla parte e che nemmeno aveva imparato bene il copione.

La verità è che in nessun Paese di quello che definiamo il mondo occidentale un simile impianto accusatorio, basato su chiacchiere da bar e privo del pur minimo riscontro oggettivo sarebbe mai approdato in un'aula giudiziaria. In nessun Paese tranne che in Italia, l'unico nel quale le chiacchiere dei “pentiti” possono da sole essere considerate delle prove certe, in base alle quali poter processare e condannare qualcuno.


Fu se questo principio che, ormai 25 anni or sono, fu processato e condannato il presentatore televisivo Enzo Tortora, che nel corso della sua vicenda giudiziaria finì per essere accusato da ben 28 “pentiti”. Un numero così alto di accusatori fu allora considerato una garanzia sulla veridicità dei fatti raccontati, ma fu poi chiaro che invece i 28 erano dei mentitori che cercavano di guadagnarsi i vantaggi destinati ai criminali disposti a collaborare con la giustizia.
Sembra però che questi 25 anni siano passati inutilmente, se ancora oggi stiamo qui ad interrogarci sull'uso che dei pentiti fanno alcuni “disinvolti dilettanti togati, per dirla alla D'Avanzo.

domenica 6 dicembre 2009

Visti dagli altri (e continuiamo con Bennato)




Succede raramente che gli organi di informazione riprendano veramente
cosa all'estero si pensa dell'Italia e degli italiani. Vero è che da
qualche mese, il quotidiano la Repubblica soprattutto, si è quasi
ossessionati dal riportare gli articoli dei corrispondenti stranieri
sulla situazione politica nostrana, ma si tratta più che altro della
riproposizione delle stesse informazioni che i nostri giornali stampano
qualche giorno prima, raccolte e ripubblicate quasi uguale dai media
stranieri. Il fatto raro avviene oggi, a causa della condanna
inflitta alla cittadina americana Amanda Knox e al suo ex fidanzato
italiano Raffaele Sollecito, riconosciuti colpevoli dell'omicidio, con
l'aggravante della violenza sessuale, della studentessa inglese
Meredith Kercher, in concorso con l'Ivoriano Rudy Guede.
Una condanna pesante, quella comminata ai due. Venticinque anni ad entrambi
per l'omicidio, più un anno supplementare per la Knox a causa della
calunnia verso Patrick Lumumba, che in un primo momento venne accusato dalla giovane americana essere l'autore dell'omicidio e poi risultato completamente estraneo al fatto, e il furto del denaro della vittima .
Una condanna pesante, ma inferiore a quella comminata al terzo complice. La
difesa di Guede, per il quale pendeva anche l'aggravante della violenza
sessuale, scelse infatti il rito abbreviato, con il quale l'Ivoriano ha
evitato l'ergastolo, guadagnandosi invece quella a trenta anni di
reclusione.

Già qui bisognerebbe aprire una parentesi, per
domandarsi come mai a Knox e a Sollecito siano state riconosciute delle
attenuanti che erano state negate a Guede, che pure sembrerebbe non
essere l'autore materiale dell'assassinio, almeno secondo l'accusa.
Aquesto punto si potrebbe pensare che dopo questa sentenza, per la quale
la procura di Perugia ha preannunciato che non farà appello, che al
prossimo appello potrebbe vedersi riconosciute le stesse attenuanti e
vedersi ridotta la pena a sedici anni di reclusione, che altrimenti non
si potrebbe capire quale utilità abbia per la difesa ricorrere al rito
abbreviato.

Ma di questo ed altro riguardante la sentenza se
ne parlerà sicuramente nei giorni a venire, quello che oggi è
interessante rilevare è la reazione dei media e dell'opinione pubblica
statunitense di fronte alla condanna all'estero di una loro
concittadina, che fa capire qual'è l'idea che dell'Italia ha
l'autentica opinione pubblica nord americana. L'idea è quella di un
paese esotico, incomprensibile, di cui si conoscono abitudini e costumi
soltanto attravrso la lente deformante delle rappresentazioni filmiche,
quali quelle della saga del "Il Padrino" di Francis Ford Coppola, della serie televisiva "I Soprano" e dell'ultima prodotto di MTV, la grande televisione globalizzatrice, "Jersey Shore", tutte, peraltro, di grande successo.

Come meravigliarsi allora delle accuse che oggi dall'alltra parte dell'oceano piovono addosso a magistrati, giurati popolari e polizia nazionali? Per l'americano medio l'Italia è un paese del terzo mondo, fermo alle immagini dei film del neorealismo del primo dopoguerra, dove le professionalità sono pessime, dove tutto è in vendita e controllato dalla malavita organizzata.
Del resto troppo spesso sono gli stessi media nazionali a diffondere una descrizione del nostro Paese così vicina agli stereotipi. Basta leggere l'articolo di Bill Israely pubblicato stamani da La Stampa per capire che cosa arriva ai pubblici stranieri delle vicende italiane. Vicende raccontate secondo visioni di parte, in modo superficiale e ma affermando delle verità oggettive. Vicende buone per farci dei film, ovvero delle opere nelle quali verità e finzione si mescolano in un melange che rende possibile credere a tutto e al contrario di tutto.

Non è che da parte nostra possiamo ricambiare gli americani su una più accurata conoscenza del loro Paese e della loro società. Probabilmente sono molto pochi gli italiani che conoscono l'esistenza dello stato di Washington, che al massimo possono confondere con la capitale federale, e della città di Seattle, luogo natale di Amanda Knox.

La reciproca ignoranza non assolve nessuno però, ma sarebbe ora che da noi ognuno facesse la propria parte per propagandare un'immagine più positiva dell'Italia e cominciasse a collaborare concretamente per realizzare quelle riforme, a cominciare da quella della giustizia, di cui questo Paese ha terribilmente bisogno, come pure l'osservatore straniero Israely si è reso conto.

Purtroppo so già che è solo una vana speranza e che c'è ancora molto per arrivare a quel fondo dal quale si potrà ricominciare a riemergere. Fino ad allora la scena sarà appannaggio dei clown, sempre gli stessi da decenni, e delle loro pagliacciate: tutti al circo!!!

sabato 5 dicembre 2009

Feste di piazza


Per una volta che il Partito Democratico, per scelta del nuovo segretario Pierluigi Bersani, fa la cosa giusta e decide di non mettere il cappello sopra una manifestazione che si vuole nata dal basso, ovvero da alcuni esponenti della cosiddetta società civile, anche se per la verità si tratta sempre di personaggi ben conosciuti, come quel tal Gianfranco Mascia che già nel 1993 s'inventò il movimento del Bo.Bi. e che proprio per la sua natura di manifestazione organizzata da cittadini qualunque doveva essere lasciato alla volontà individuale se parteciparvi o meno, ecco che la nuova segreteria del PD è fatta bersaglio di critiche da tutti quelli che invece hanno messo ben in evidenza la firma del proprio partito.
L'evidenza è che per tutti la riunione in piazza del 5 Dicembre appare come l'ennesima manifestazione dell'Idv di Antonio Di Pietro, che non ha perso la propizia occasione di farsi un po' di pubblicità senza nemmeno dover muovere un dito. Si puo' tralasciare la presenza di quei partiti della sinistra estrema, ormai ridotti a simulacri di movimenti politici, senza ormai alcun rapporto con la realtà sociale italiana.
Sarà difficile per Bersani riuscire a ridare al suo partito una vera linea politica, fatta di proposte concrete, in modo da potersi misurare con il Pdl sui problemi reali del Paese, inveche che inseguire le provocazioni di una massa ormai ammaestrata dalle lezioni di comici, affabulatori e demagoghi, come difficile sarà evitare il ritorno delle fantasiose ,quanto catastrofiche nell'esito, strategie veltroniane.
Del resto il panorama offerto dal No B. Day di oggi rimane identico alle desolanti precedenti esperienze, con il problema della minore affluenza di pubblico, che non è facile riempire le piazze senza la possente organizzazione dei sindacati e dell'ex partito comunista.
Già oggi si avverte il vuoto che l'ennesima manifestazione carnacialesca lascerà non solo nella piazza temporaneamente occupata, ma soprattutto nel dibattito politico, ormai ridotto alle esternazioni alla Di Pietro e cioè ad invettive e accuse indimostrabili dei peggiori crimini contro l'umanità rivolte contro il premier e chiunque gli stia vicino.
Incredibile pure come le coincidenze quasi si divertano a sbertucciare questi apprendisti stregoni della rivoluzione, o del golpe: sale sul palco Salvatore Borsellino (fratello di), agitando l'agenda rossa, per accusare il governo di connivenza, se non peggio, della mafia, se ecco che le agenzie battono la notizia dell'arresto di due importanti e pericolosi boss mafiosi (ma naturalmente si dirà che è stata una manovra preparata a tavolino per guastare la riuscita della manifestazione. Che diavolo, quel Berlusconi!).

Come sempre incalcolabile il numero dei partecipanti, un must di queste giornate. Nonostante si fossero previsti 350.000 presenze, in base a dati raccolti durante l'organizzazione, gli organizzatori parlano oggi di mezzo milione di persone in piazza, ma sarebbero solo 150.000 per la Reuters.
Probabilmente nei giorni che verranno il numero lieviterà ancora, verso il milione e forse più.

La cosa più tragica è che ai più sfugge quale sia il reale scopo di tutta la messa in scena, che l'unica cosa certa pare essere che nessuno vuole andare alle elezione anticipate, tranne forse proprio Berlusconi.
Strano destino quello di questa sinistra. Continuare incessantemente a riempire le piazze, sapendo che il rischio di trovre le urne vuote si fa sempre più incombente.
L'unica è sperare nella magistratura e nel picciotto Gaspare: Santo Spatuzza aiutaci tu!!!

sabato 21 novembre 2009

Tra mostri, misteri e mitomanie


Ci mancava solo questa. Ci mancava, oltre altre all'aggravarsi, con la morte forse violenta del transessuale Brenda, delle vicende che videro protagonista l'ormai ex governatore del Lazio Piero Marrazzo, con l'eterno ritorno dei casi mai risolti di cronaca nera, come la scomparsa di Emanuela Orlandi e l'omicidio di Simonetta Cesaroni, la comparsa sulla scena di una rivelatrice di verità nascoste a mezzo stampa e tv che finalmente dice farà piena luce sui delitti attribuiti a Angelo Izzo, detto anche "il mostro del Circeo".
La Sherlock Holmes in tailleur è la giornalista Donatella Papi che non solo pare abbia preso a cuore da anni il destino del feroce criminale della Roma bene, ma sia anche deciso a sposarlo, nonostante Izzo sia condannato a due ergastoli e difficilmente troverà ancora qualche magistrato disposto a concedergli i benefici previsti dalla legge ai detenuti che si comportano "bene", dopo che uccise due donne a Ferrazzano, proprio mentre godeva del regime di semi libertà.
Chi sia la dottoressa Papi lo ignoro. Tutto quello che so su di lei è quello che si può leggere in rete. Purtroppo il suo sito è irraggiungibile e non è possibile leggere la biografia che lei stessa a scritto per presentarsi ai lettori. Si sa di lei che è una giornalista professionista e che ha collaborato con diversi giornali, anche importanti, ma di sicuro non ha lasciato tracce memorabili del suo passaggio. Si potrebbe anche pensare, a pensar male naturalmente, che certi incarichi la signora li aveva ottenuti solo per essere la nuora di un eminente politico democristiano, quell'Amintore Fanfani che è stato uno dei protagonisti della vita italiana del dopo guerra. Pare infatti che dopo il divorzio da Giorgio Fanfani le cose non siano state più le stesse, per la carriera della giornalista.
Sarà bene però, nella scarsa conoscenza delle cose, affidarsi alla lettura di quanto scritto da chi la signora la conosce, come l'avvocato Anna Maria Berardini De Pace, in questo articolo riportato da Dagospia.
Vale la pena, invece, soffermarsi brevemente sulla figura del promesso sposo Angelo Izzo, protagonista non solo di uno dei crimini che più impressionarono l'opinione pubblica, ma anche di una vicenda giudiziaria e carceraria che la dice lunga su come in questi ambiti funzionano le cose in Italia.
I problemi cominciarono da subito col processo ai tre massacratori, al quale si volle dare un significato politico che non aveva, ma la casa era negli anni 70' quasi inevitabile. In realtà i tre non avevano mai militato in nessuna formazione politica, nemmeno di estrema destra, essendone addirittura tenuti alla larga (l'OnTeodoro Buontempo, allora segretario del Fronte della Gioventù, gli vietò di entrare nelle sedi dell'organizzazione missina) proprio perché erano conosciuti come violenti e disturbati, completamente inaffidabili.
Fu la stessa avvocato Tina Lagostena Bassi, che rappresentò in giudizio la parte civile, ad ammettere, anni dopo, l'errore, sostenendo che si sarebbe invece dovuto prestare molta più attenzione al fenomeno della violenza sulle donne, che non ha una colorazione politica.


Passarono così in secondo piano le personalità degli imputati, persone infatuate di vaghe teorie superomistiche, ammiratori dei gangster della cd banda dei marsigliesi, allora attiva a Roma e alle prese con gravi problemi emotivi e della sfera sessuale (Izzo in particolare viene descritto come un semi impotente, con grosse difficoltà a raggiungere l'erezione).
Ma è dopo la condanna che Angelo Izzo mostra tutte le sue migliori "qualità" criminali, diventando in men che non si dica un informatore della polizia. Non si può parlare di un "pentito", in quanto Izzo, come detto sopra, non ha mai militato in nessuna organizzazione politica o criminale. Il suo obiettivo è da subito chiaro: uscire al più presto dalla prigione e la cosa gli riesce bene perché, nonostante due tentativi di evasione che avrebbero dovuto consigliare alle autorità un maggior rigore verso il detenuto, grazie alle informazioni date agli inquirenti riesce ad ottenere vari benefici, fino a quel regime di semi libertà che gli consentirà di compiere il secondo massacro della sua vita.
In realtà le confidenze di Izzo sono sempre state ben poca cosa, esendo egli solo in grando di rivelare quello che poteva aver orecchiato nei bar e nei locali romani frequentati in giovinezza e le scarsissime informazioni ottenute da qualche compagno di cella, che certamente sapevano di non potersi fidare di un simile individuo, ma non saranno senza conseguenze per molti innocenti.
Ad essere vittime delle "rivelazioni" di Angelo Izzo saranno soprattutto alcuni suoi coetanei romani, indicati come responsabili di varie azioni terroristiche, come Nanni De Angelis e Luigi Ciavardini (Ciavardini è stato condannato a 30 anni di reclusione come responabile materiale della strage di Bologna solo sulla base di una deduzione di Izzo, il quale affermò che avendo eseguito l'attentato Nanni De Angelis e Massimiliano Taddeini con loro c'era sicuramente anche l'inseparabile amico Ciavardini).
Solo per Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini, altri noti esponenti del terrorismo di destra, le cose andarono meglio, in quanto l'informativa di Izzo che li voleva come i sicari, per conto della mafia, di Piersanti Mattarella, fu cestinata, in quanto destituita di fondamento, da un giudice che si chiamava Giovanni Falcone. Che Falcone avesse visto giusto venne confermato in seguito dalle rivelazione di pentiti di mafia del calibro di Tommaso Buscetta e Francesco Marino Mannoia.
Fu il già ricordato duplice delitto di Ferrazzano a far riemergere l'inquietante vicenda giuridica e carceraria di Angelo Izzo, un criminale psicopatico e incorreggibile, specializzatosi nel raccontare agli inquirenti tutto quello che a loro avrebbe fatto piacere, pur di riceverne dei vantaggi, che è stato ritenuto credibile ed affidabile da giudici, funzionari penitenziari e periti psichiatrici, tanto da basare sulle sue "rivelazioni" indagini e processi e a concedergli quei benefici carcerari che gli hanno permesso di uccidere ancora. Uno scandalo che solo in Italia poteva rimanere confinato sulle pagine dei giornali per un paio di giorni, ma senza provocare nessuna conseguenza reale per i responsabili di una simile vergogna.
Come sorprendersi allora oggi della sortita della dottoressa Donatella Papi e delle dichiarazioni dello stesso Izzo, che ancora pensa di poter tentare la carta del pentimento e della rieducazione?
In questo nostro strano paese non ci si può e non ci si deve meravigliare mai di nulla: neanche di poter rivedere un giorno Angelo Izzo in libertà.